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Emigrati e traditi - PAU Cataluña 2012

Emigrati e traditi - cervelli in fuga
Una storia destinata a ripetersi nel tempo. Quello della ricerca italiana è un percorso fatto di alti e bassi, di belle intuizioni e progetti falliti, di programmi ambiziosi crollati sotto il peso delle indecisioni della politica e di finanziamenti inadeguati. Lo racconta bene un libro recente di Marco Cattaneo, che ripercorre le biografie e gli studi di alcuni tra i più famosi scienziati italiani dall’Unità a oggi. Ne emerge un panorama simile a quello che anche ora abbiamo davanti agli occhi: grandi personalità con capacità innegabili, un buon sistema scolastico per formare scienziati competitivi, una debolezza cronica dei centri di ricerca spesso condizionata dalla scarsa lungimiranza del mondo politico e dalle politiche dei «baroni» del mondo accademico.
Ci sono stati eventi drammatici, come le leggi razziali di Mussolini del 1938, che hanno determinato un vero e proprio esodo di ricercatori, ma il risultato è sempre lo stesso: gli scienziati italiani fuggono all’estero.
Sono lontani i primi tempi dell’Unità, in cui la classe dirigente, per sostenere la sfida della ricerca e aprirsi al mondo, si impegnava nella formazione internazionale degli studenti più promettenti.
L’Italia riuscì allora a dotarsi di strumenti avanzati nel campo dell’astronomia, affidando la rinascita scientifica nazionale a Virginio Schiaparelli, l’uomo giusto al posto giusto, se si pensa che a chi gli offrì di diventare senatore rispose: «Se vuole che io faccia qualche cosa per il mio Paese, mi conceda di non allontanarmi dal mio telescopio. È costato alla nazione una grande somma e io so farlo fruttare per la scienza e per l’onore del nostro Paese».
Alcune scelte furono lungimiranti, come la creazione del Cnr e dell’Istituto superiore di sanità, nati come organi di indirizzo per le scelte della politica ma entrati subito in competizione con il mondo universitario e soprattutto indeboliti dalla scarsità di fondi che ha sempre impedito il decollo dei progetti più ambiziosi. Maggiore fortuna ebbe la scuola di fisica creata da Enrico Fermi a Roma negli anni Trenta. L’Istituto di via Panisperna portò all’Italia rilevanti riconoscimenti internazionali, ma nel giro di quindici anni l’intero gruppo di ricercatori si disperse tra Europa e Stati Uniti. Lo stesso avvenne due decenni più tardi con il progetto dell’elettrosincrotrone di Frascati, creato contemporaneamente al Cern di Ginevra. Ma, paradossalmente, mentre in Italia il programma apparentemente progrediva a fasi alterne, quello svizzero, grazie anche agli italiani, conobbe un’ascesa senza limiti, come testimonia anche il recente esperimento sui neutrini coordinato proprio da un italiano, Antonio Ereditato.
Lo stesso destino ha accomunato anche il trio di premi Nobel Salvador Luria, Renato Dulbecco e Rita Levi-Montalcini, tutti formati nella stessa università a Torino e tutti emigrati all’estero, dove hanno condotto, separatamente, le ricerche che li avrebbero portati al prestigioso riconoscimento. Non è una coincidenza. È piuttosto il grande limite di un Paese che, pur intravedendo l’importanza di un settore strategico e offrendo buone opportunità di formazione, alla fine non crede fino in fondo che ricerca e sviluppo economico siano un binomio e lascia che i cervelli migliori se ne vadano.
Testo adattato da Ignazio MARINO. L’Espresso (24 novembre 2011), p. 145

Professor robot

robotica educativa
Duecento ragazze sabato 26 novembre a Bruxelles per il Greenlight Day. Sono in collegamento con Fumane, in provincia di Verona, dove una quarantina di studentesse dell’Istituto Lorenzi scriveranno il programma per comandare cinque robottini che si muoveranno in Belgio simulando una missione su Marte. Il Greenlight Day fa da apripista alla Settimana Europea della Robotica, programmata dal 28 novembre al 4 dicembre: eventi, manifestazioni, mostre, laboratori.
Protagonisti i robot. Per l’Italia è la Scuola di robotica di Genova a fare da coordinatore. Oltre cento eventi, soprattutto nelle scuole, con gruppi di ragazzi che imparano a destreggiarsi con mattoncini e sensori e costruiscono piccoli androidi che rispondono ai loro comandi.
La Settimana Europea è il punto di arrivo di decine di esperienze didattiche innovative che usano robotica e intelligenza artificiale per cambiare l’apprendimento di molte materie: dalla matematica alle scienze, dalla chimica alla geometria, dalla fisica alla meccanica, all’inglese.
L’Unione Europea ci mette il suo prestigioso cappello perché l’obiettivo è diffondere le nuove esperienze, in ogni grado di istruzione. Anche tra i bambini delle elementari. Come fanno, ad esempio, i laboratori Esplora dell’Itis Paleocapa di Bergamo, animati da Tiziano Tuccella, studente universitario che propone a un gruppo di ragazzini di scoprire le differenze tra una macchinina telecomandata e un robot, spiega come si applicano i sensori e si programma il proprio piccolo androide. E ci riesce, a sentire Leonardo, otto anni, che intuisce: «Il sensore è come un occhio, o la pelle. Ma ci vuole un cervello per comandarlo». E il cervello è il pc su cui anche i più piccoli imparano a dare semplici comandi al robottino che hanno prima assemblato.
Strumento base è il mattoncino programmabile Mindstorm, nato dall’accordo tra il MIT di Boston e la Lego: scegli i mattoncini, li metti insieme come un qualsiasi Lego, poi aggiungi i sensori che preferisci e infine programmi col pc una lista di movimenti da far compiere al tuo androide. «La famiglia dei prodotti Mindstorm consente di progettare e creare robot che interagiscono tra loro e con l’ambiente», spiega Maurizio Garbati, responsabile di robotica della scuola media Dante Carducci di Piacenza e autore di La robotica educativa. Il kit di robotica è costituito da mattoncini intelligenti, sensori e attuatori che permettono al robot di interagire con l’ambiente inviando segnali al microprocessore. «Fare robotica a scuola significa scoprire il fascino di programmare una macchina», afferma Garbati: «I ragazzi si meravigliano di ciò che può fare un insieme di mattoncini dotato di sensori e attuatori: in realtà non è il robot a farlo, ma loro a programmarlo».
Avvicinare le ragazze alle scienze e alle tecnologie è, invece, la missione del progetto «Roberta», promosso dall’Istituto tedesco Fraunhofer. Fiorella Operto, cofondatrice della Scuola di robotica di Genova, referente italiana di questo progetto, afferma: «La robotica, proprio alle medie, nel momento in cui sembra che le ragazze perdano interesse per le materie scientifiche, può mantenere viva la curiosità scientifica». E che non sia solo un gioco lo dimostrano i risultati: «Ottimi livelli e successo scolastico per chi sceglie di continuare studi scientifici e tecnologici».
Testo adattato da Daniela CONDORELLI. L’Espresso (24 novembre 2011), p. 14

Evasione e compensazione occulta

Evasione fiscale
Ci sono evasori fiscali in tutti i paesi perché il dispiacere di pagar tasse è profondamente umano. Ma si dice che gli italiani siano più inclini di altri popoli a questo vizietto. Perché?
Devo rievocare antichi ricordi, la figura di un vecchio padre cappuccino di grande umanità, dottrina e bontà, a cui ero molto affezionato. Ora questo amabile vegliardo, nel comunicare a me e ad altri giovani i principi dell’etica, ci aveva spiegato che contrabbando ed evasione fiscale, se sono peccati, lo sono in modo veniale perché non contravvengono a una legge divina, bensì solo a una legge dello Stato.
Avrebbe dovuto ricordare sia la raccomandazione di Gesù di dare a Cesare quel che è di Cesare, sia quella di San Paolo ai Romani nello stesso senso. Ma forse sapeva che, nei secoli passati, alcuni teologi avevano sostenuto che le leggi fiscali non obbligano in coscienza, ma soltanto in forza della sanzione. Però, nel riportare oggi questa opinione, Luigi Lorenzetti, direttore della «Rivista di Teologia Morale» commenta: «Si fa torto, però, a quei teologi se si ignora il contesto sociale ed economico che li ha indotti a inventare tale teoria. L’organizzazione della società non era per niente democratica; il sistema fiscale ingiusto, i tributi abusivi opprimevano i poveri».
Infatti il mio cappuccino citava un altro caso, quello della «compensazione occulta». In parole semplici, se un lavoratore ritiene di essere ingiustamente sottopagato, non fa peccato se sottrae tacitamente quel di più a cui avrebbe diritto. Ma solo se la sua paga è evidentemente iniqua e gli si nega la possibilità di appellarsi alle leggi sindacali. Però su un argomento del genere lo stesso san Tommaso aveva certi dubbi. Da un lato «[in una tale situazione] uno può soddisfare il suo bisogno con l’appropriazione, sia aperta che occulta, della roba altrui. E non per questo commette furto o rapina».
Dall’altro «chi prende la propria roba a chi la detiene ingiustamente, pecca non già perché fa un torto
al detentore… ma pecca contro la giustizia legale non rispettando le regole del diritto». E sulle regole
del diritto san Tommaso aveva idee chiare e severe, e non avrebbe concordato con Berlusconi quando
diceva che i cittadini erano da comprendere se evadevano un fisco troppo avido.
Tuttavia la sua concezione del diritto di proprietà era cattolicamente più «sociale», in quanto la proprietà era da considerarsi giusta «quanto al possesso» ma non «quanto all’uso»: se io ho un chilo di pane acquistato onestamente ho diritto di esserne riconosciuto proprietario, ma se accanto a me c’è un barbone che muore di fame dovrei dargliene la metà. Fino a che punto l’evasione è compensazione occulta?
Il cappuccino di cui dicevo prima non scendeva in sottigliezze casuistiche, e si limitava a dire che evasione e contrabbando attentano «soltanto» contro le leggi dello Stato. E in questa posizione mi pare riflettesse una educazione che aveva ricevuto da giovane, per cui lo Stato era tanto cattivo che non bisognava dargli retta. Si vede che qualcosa di queste antiche idee è rimasto nel Dna del nostro popolo.
Testo adattato da Umberto Eco. L’Espresso (6 settembre 2012), p. 150

Dr. Jekyll e Mr. Ipad

Jekyll & Hyde di Mattotti e Kramsky
Nel 2002 il disegnatore Lorenzo Mattotti e lo sceneggiatore Jerry Kramsky pubblicano l’adattamento di Lo strano caso del Dr. Jekyll e Mr. Hyde, di Robert Louis Stevenson. E subito i lettori restano abbagliati da uno dei capolavori del fumetto, che dimostra appieno le potenzialità espressive del comic.
Il Jekyll & Hyde di Mattotti e Kramsky, anche grazie ai «tradimenti» apportati al testo originario — il cambio dell’ambientazione, dalla Londra Vittoriana dell’Ottocento alla Berlino degli anni’30 —, diventa una attraente analisi del male assoluto e delle sue manifestazioni nell’animo umano. Un Mattotti in stato di grazia, poi, fonde nell’iconografia della storia ogni genere di suggestione grafica e pittorica, da Otto Dix a Francis Bacon, da George Grosz alla rivisitazione completa dell’espressionismo, in un turbinio di suggestioni cromatiche che rendono perfettamente l’eterno conflitto presente all’interno di ognuno.
Oggi, a dieci anni di distanza, dopo aver conquistato riconoscimenti internazionali, le sessantaquattro tavole di Jekyll & Hyde vivono una nuova incarnazione su iPad: tra ipertesti, approfondimenti, rimandi letterari e musicali che aggiungono nuove dimensioni alla lettura, offrendo (parallelamente all’approccio tradizionale) l’inestimabile possibilità di un viaggio all’interno della creazione dell’opera, condotti per mano dall’autore. Una possibilità che si avvicina a chi è abituato più a smanettare su ogni genere di gadget elettronico che non a sfogliare un volume cartaceo, ma attrae anche i lettori tradizionali.
Sulle pagine di Jekyll & Hyde si possono oggi cliccare le vignette di ogni tavola per accedere a un altro mondo. Di volta in volta si possono trovare i frammenti di una lunga intervista in cui Mattotti spiega i riferimenti pittorici del lavoro, mostra bozzetti preparatori e studi sui personaggi, ci porta nella sua bottega per una comprensione completa della genesi del volume. Oppure si può leggere il testo originale di Stevenson (nella traduzione di Fruttero e Lucentini). O vedere il volume sottolineato
da Kramsky che è alla base dell’adattamento. Il tragico destino di Jekyll e Hyde è arricchito, tra l’altro, dalla possibilità di visionare un filmato di un’ora. Qui, l’intero fumetto è recitato e musicato in una performance andata in scena solo un paio di volte, dove Paolo Mattotti, fratello del disegnatore, recita le battute del protagonista, mentre scorre un montaggio delle immagini del testo, sostenute dalle musiche e da effetti sonori di Giovanni Bedetti e dello stesso Paolo Mattotti.
Fin dall’inizio della sua carriera, Lorenzo Mattotti è uno dei più grandi innovatori del fumetto. È un ventiduenne studente dell’architettura quando, nel 1976, pubblica i primi disegni, ma da allora la sua attività si espande a dismisura: alla produzione di graphic novel, sempre in equilibrio tra pittura e avventura, alterna un’intensa attività di illustratore, iniziata su Vanity Fair ed estesa alla cartellonistica.Si spinge poi nei territori del cinema e dell’animazione.
Viene da chiedersi se Mattotti abbia già pensato ad altre letture elettroniche dei suoi fumetti. «Anche se amo il silenzio e la fissità del fumetto, altre storie mie ci si presterebbero. E magari accompagnare tutto con le musiche che ascolto mentre disegno queste storie».
Testo adattato da Oscar Cosulich. L’Espresso (24 novembre 2011), p. 131

Il consumismo

Child with plenty of toys - pink world
Basta osservare il numero di giocattoli che possiede un bambino di oggi. È elevatissimo rispetto al numero di giochi posseduto da un suo coetaneo di cinquant'anni fa.
La sua attenzione, poi, si fissa soltanto per una piccola frazione di tempo su un giocattolo particolare, mentre il suo desiderio si rivolge già a qualche novità propagandata dall'industria.
Gli adulti contemporanei non sono molto diversi: il telefono cellulare viene sostituito non quando si rompe, ma quando un modello nuovo promette prestazioni strabilianti e così il computer e l'infinito numero di gadget elettronici, taluni spesso inutili, che però ci affascinano irresistibilmente. L'auto dopo un po' che la si possiede non soddisfa più la nostra smania di novità e il desiderio, plasmato da martellanti spot televisivi, corre già a qualche modello più recente. Il nostro mondo quotidiano è saturo di oggetti, spesso superflui. Gli oggetti sono diventati talmente pervasivi nella nostra vita da sostituirsi progressivamente agli affetti e alle relazioni umane.Il fenomeno in questione si chiama consumismo ed è una delle malattie della società e dell'uomo contemporanei.

Raccontami una foto

Bikes - chanels
Scrivere non basta più. E neanche basta fotografare. Sempre più spesso i libri accostano testi e immagini. Quasi mai però parole e fotografie portano la stessa firma. In "5 fotoromanzi d'amore sfrenato" (Calliope, pp. 100) invece Roberto Vignoli ha raccolto alcune monografie fotografiche che riassumono trent'anni di lavoro dietro l'obiettivo e le ha pubblicate accanto a cinque racconti brevi nati insieme a quelle immagini o ispirati ad esse. Una serie di foto di sedie, per esempio, scorre in parallelo con un testo che le ritrae con le parole ma con la stessa passione per il dettaglio sorprendente, e che mostra il passaggio della sedia da "nemica numero uno" dei bambini a "bastone della vecchiaia" degli anziani. Il libro è un viaggio intorno al mondo ma anche nel tempo: dalle biciclette olandesi al rondone che si tuffa nelle cascate di Iguazù, ma anche dalle illusioni di una società tollerante che incantavano chi andava ad Amsterdam negli anni Ottanta al boom del turismo organizzato.
C’è, per esempio, una serie di fotografie di biciclette ad Amsterdam. I cittadini di quella città scesero in piazza per dimostrare contro la deportazione degli ebrei durante l'occupazione nazista. Mi pare che la società olandese, nella sua tolleranza e nella sua libertà, possa essere letta con efficacia attraverso il simbolo quieto della bicicletta.

Bilinguismo, un'arma in più "Il cervello è più reattivo"

Bilinguismo
[…] Marian e Kraus, insieme ad altri colleghi, si sono chieste se l'esperienza di parlare più lingue potesse portare a modificazioni nella codifica del suono in aree evolutivamente antiche del cervello, come il tronco cerebrale. E la risposta è stata positiva, […].
In pratica, nei bilingui cambia il modo in cui il cervello risponde ai suoni. "Si fanno puzzle e parole crociate per mantenere la mente lucida", ha spiegato la dottoressa Marian, del laboratorio di bilinguismo e psicolinguistica a scienza della comunicazione della Northwestern University. "Ma i vantaggi che abbiamo osservato in chi parla due lingue vengono in automatico, semplicemente per il fatto di conoscere e usare due idiomi", sottolinea la studiosa. Benefici particolarmente estesi e rilevanti, che riguardano anche la capacità di attenzione, aggiunge Nina Kraus.
Lo studio è stato condotto su adolescenti bilingui, che parlavano inglese e spagnolo, e monolingui, solo inglese, sottoposti ad una serie di test in cui ascoltavano una sillaba, "da", in condizioni diverse. In una situazione di ascolto non disturbata, le risposte neurali a suoni complessi sono risultate simili per entrambi i gruppi. Ma in presenza di rumori di fondo, il cervello dei bilingui è riuscito a distinguere caratteristiche del suono "sottili", come la frequenza fondamentale, molto meglio rispetto ai monolingui. Parallelamente, i risultati sono stati migliori anche in compiti che richiedevano attenzione prolungata.
"Nei bilingui l'attenzione si affina grazie all'esperienza e il loro sistema uditivo diventa più efficiente nell'elaborazione automatica dei suoni", commenta Andrea Marini, docente di Psicologia del linguaggio e della comunicazione all'Università di Udine "e la cosa interessante è che tutto avviene in
modo implicito, senza alcuno sforzo". Una palestra preziosa per il cervello, che rende migliori i risultati anche in compiti che richiedono attenzione sostenuta, non solo uditivi ma anche di tipo visivo.
In sostanza, chi è esposto a più di una lingua si trova fin da subito in una situazione di maggiore difficoltà. "Deve riconoscere fin da piccolo suoni e frequenze diverse, fa più fatica ma affina diverse qualità rispetto a chi non viene messo di fronte a questa prova, come i monolingui", spiega ancora il professore. Con vantaggi importanti anche rispetto al decadimento delle facoltà cognitive, "come ha dimostrato uno studio canadese del 2010", ricorda Marini, in cui si evidenziava che il bilinguismo quotidiano, non saltuario, può ritardare la comparsa dei sintomi dell'Alzheimer anche di cinque anni nelle persone anziane". Risultato non raggiunto da alcun farmaco esistente.

di Alessia Manfredi , La Repubblica, 02/05/2012
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